26 Gennaio 2026
Il principio democratico nella cooperazione resiste, nonostante un'epoca di crisi della sovranità popolare, anche a livello statale, in tutto il mondo?
Alle cooperative socie abbiamo chiesto quanto si impegnano a rendere democratiche le decisioni: come e quanto si dialoga con la base sociale? Quali sono le eventuali buone pratiche portate avanti? Ritenete che ci sia da sviluppare meglio questo tema o che si faccia già abbastanza?
“In CORA siamo fortemente convinti che il rapporto tra democrazia, partecipazione e benessere dell’impresa segua un principio di causalità spesso frainteso. Non è la partecipazione a generare democrazia, né l’offerta di spazi aggregativi a costruire senso di appartenenza. Al contrario, è quando nel lavoro quotidiano le persone si sentono riconosciute, ascoltate e coinvolte nei processi che orientano il cambiamento dell’impresa — anche se non ancora pienamente strutturate in termini di competenze, ma accompagnate a farne parte — che nasce un desiderio autentico di partecipazione.
Accanto ad assemblee, momenti di confronto tematici e gruppi di lavoro trasversali, restiamo convinti che siano proprio questi dispositivi quotidiani a tenere vivo il nesso corretto tra democrazia cooperativa e benessere dell’impresa. In molti contesti si tenta di costruire partecipazione attraverso pratiche collaterali — eventi, iniziative comuni, momenti di socialità — con l’idea che da lì possa nascere senso di appartenenza. Per noi, invece, il principio di causalità è inverso.
Da questa convinzione discende il nostro modo di intendere la cooperazione.
Per CORA il tema della democrazia nella cooperazione non è astratto: è una tensione quotidiana, a volte faticosa, ma irrinunciabile. Negli ultimi anni abbiamo lavorato perché il dialogo con la base sociale fosse non solo formale, ma reale e attraversabile, costruendo spazi in cui le persone potessero sentirsi parte attiva dei processi e non semplici destinatarie di decisioni già prese.
Ecco che tutti i processi di crescita dell’impresa vengono gestiti attraverso l’attivazione di gruppi di lavoro interni, pensati come veri dispositivi democratici a geografia mista. Il percorso di rebranding ne è stato un esempio chiaro di metodo di lavoro: non un progetto calato dall’alto, ma un processo costruito attraverso “geografie di gruppo” che hanno messo insieme componenti del CDA, della tecnostruttura e soci operativi, disponibili a stare in dinamiche diverse e a mettersi in gioco in modalità non consuete. Si tratta di un esercizio complesso ma estremamente necessario.
Questi gruppi non hanno avuto una funzione meramente consultiva, ma hanno lavorato su nodi reali di trasformazione dell’impresa, assumendosi insieme il rischio dell’esplorazione e dell’errore. Le scelte emerse sono poi rientrate, per osmosi, nei servizi e nei luoghi in cui operano i veri motori della cooperativa. È in questi attraversamenti che la democrazia smette di essere procedura e diventa pratica viva.
Accanto a questo, abbiamo attivato una community interna come spazio di aggiornamento costante e informale sui processi in corso, per rendere visibili anche le domande aperte, i passaggi incerti, le trasformazioni in atto. Crediamo che condividere l’incompiuto sia una forma di responsabilità democratica.
Un ulteriore dispositivo che riteniamo distintivo è l’attivazione di call interne per candidarsi a ruoli e funzioni emergenti all’interno dell’impresa. È accaduto, ad esempio, per la figura di social media manager o per il coinvolgimento come addettə museale nelle nostre esperienze in CORA educazione immersiva. In questi casi chiediamo alle persone di uscire temporaneamente dal proprio servizio e attraversare ambiti di lavoro nuovi e sperimentali. La risposta è sempre stata ampia e generosa.
In conclusione per noi, per Cora quando la democrazia è vissuta nel lavoro quotidiano che la partecipazione diventa un effetto naturale, e non un obiettivo da inseguire. È in questa inversione del principio di causalità che riconosciamo la specificità della cooperazione come forma d’impresa: non un’identità da dichiarare, ma una pratica politica quotidiana da esercitare”.
“La crisi della democrazia rappresentativa coinvolge anche la democrazia all'interno delle cooperative. L'epoca non è più quella delle grandi lotte, gli ideali lasciano il posto al qui ed ora, inteso come necessità di tirare avanti, l'unico obiettivo è intimo e privato, portare a casa quel po' di soldi in più per pagare le spese del dentista, la macchina che ha bisogno di essere riparata. La depauperazione della società è rispecchiata in pieno nel tipo di vita sociale che si riflette in cooperative come la nostra, dove il lavoro è l'unico elemento essenziale della nostra attività. Ma le cooperative di tipo B oggi, sono spesso soltanto i caporali per conto dello stato, dove, per riuscire a soddisfare le esigenze di un settore pubblico sempre più affamato e scarso di risorse, si devono fare scelte difficili, risparmiare sui contratti per cercare di starci dentro.
Tutto questo si riflette nella vita del socio all'interno della cooperativa: dall'idea di costruire un luogo di lavoro a misura del lavoratore dove poter esprimere tutto il proprio potenziale umano al servizio di un bene comune ( la cooperativa, l'azienda ) e provare a mitigare la ferocia consumistica la di fuori, si è passati alla mera sopravvivenza, allo stato di necessità. Nonostante questo la democrazia continua ad essere il nostro punto di riferimento. Non ci sono idee o buone pratiche da portare avanti, ma solo insistenza e continuare a credere in quello che facciamo. la democrazia ha bisogno di reciprocità, non di deleghe. Di partecipazione,come cantava il buon Gaber.
La democrazia non è un obbligo, ma una voglia di esserci. E' stato fatto abbastanza? si può fare di più? Non so rispondere. So che non possiamo smettere di stimolare la base, proporre coinvolgimento ed una incessante richiesta di stimoli e risposte. La nostra democrazia non passa soltanto da canali istituzionali quali assemblee o cda..è fatta di incontri con i soci, riunioni a fine turno, richieste informali di pareri dopo precise informazioni su questa o quella problematica. E’ fatta di costante scambio di idee, nel fare sentire il socio come padrone e responsabile degli strumenti, i mezzi, l'ambiente di lavoro. Il socio è il padrone, nel senso del poter scavalcare anche il responsabile del servizio nella discussione rispetto ad una decisione che sembra sbagliata se il responsabile socio non è. Perché la cooperativa appartiene a chi verrà dopo di noi e verso di loro abbiamo il dovere di lasciarla migliore di come l'abbiamo trovata. E lo possiamo fare solo insistendo, ripristinando l'importanza della vita sociale, ridando dignità alla funzione del socio”.
1- Realizzare incontri informali preventivi all’assemblea di bilancio per discutere dei futuri indirizzi, per commentare l’anno concluso.
2 - Fornire strumenti per comprendere la vita della cooperativa e rendere le persone invogliate a partecipare e non obbligate
3 - I verbali dei cda sono strumenti obbligatori, ma che non vengono condivisi con il resto della cooperativa. Perché non renderli fruibili e inviarli ai soci?
4 - Lavorare sulle ‘figure intermedie’ ovvero i coordinatori, i referenti d’area. Quanto riescono ad essere congiunzione tra la ‘base sociale’, il personale dipendente e i cda?
5 - Perché non utilizzare i sondaggi per capire se e quanto soci e lavoratori si sentano valorizzati dalla propria cooperativa o se, invece, puntano a una mansione o carriera diversa?
* Foto di Clker-Free-Vector-Images da Pixabay