24 Marzo 2026
Le cooperative di tipo B sono nate con l'obiettivo di inserire al lavoro le persone 'svantaggiate'. Negli anni, però, le difficoltà sono sempre aumentate. Prima di tutto per la mancanza di risorse che da tempo soffrono. Abbiamo chiesto a tre cooperative socie cosa pensano di questa fase e quali sono secondo loro i metodi per rilanciarsi.
Il valore dell’inclusione lavorativa? Per noi, il valore principale risiede nella restituzione della dignità e dell'autonomia sociale. Il lavoro non è solo un mezzo di sostentamento economico, ma il principale strumento di cittadinanza attiva. Per una persona in condizione di svantaggio, essere parte integrante di un processo produttivo significa passare da "oggetto di assistenza" a "soggetto di valore", riducendo lo stigma e favorendo un senso di appartenenza che ha ricadute positive su tutta la comunità.
Le difficoltà nel sostenere l’impresa? Le sfide principali sono legate al delicato equilibrio tra missione sociale e sostenibilità economica. Spesso ci scontriamo con una burocrazia rigida e con la difficoltà di far comprendere al mercato che i tempi della produzione devono talvolta adattarsi ai tempi della fragilità umana. Inoltre, la cronica carenza di fondi strutturali e la competizione al ribasso negli appalti rendono complesso investire in innovazione e formazione continua, elementi vitali per la sopravvivenza di una Cooperativa di tipo B.
Quali strategie per incrementare il valore prodotto Per il futuro, stiamo puntando molto sulla creazione di reti territoriali e partnership con il settore profit. Crediamo che la chiave sia l'innovazione dei servizi e la diversificazione delle attività, puntando su settori a basso impatto ambientale o ad alto valore aggiunto tecnologico. L'obiettivo è trasformare il "valore sociale" in un vantaggio competitivo riconosciuto, dimostrando che un'economia inclusiva è anche un'economia efficiente e di qualità.
Il valore dell’inclusione lavorativa? Il maggior valore per le persone inserite è il riscatto sociale, la dignità e l'autonomia, non solo economica, ma a 360 gradi. Si tratta infatti di un modo per sentirsi alla pari degli altri, soprattutto in un contesto in cui il rapporto con i 'non svantaggiati' è quasi alla pari.
Le difficoltà nel sostenere l’impresa? Le principali difficoltà sono dovute alla mancanza di risorse, soprattutto di tipo economico, che ormai da tempo non ci sono più. Questa mancanza non permette, tra le altre cose, una progettazione innovativa, perché, ad esempio non possiamo investire su progettazioni nuove per pensare a servizi specifici dedicati a soggetti con problematiche particolari.
Quali strategie per incrementare il valore prodotto? Secondo me è necessario rivalutare il contesto territoriale in cui ci troviamo e lavorare insieme per avere una rete solida di rapporti e di scambio proficuo. Credo poi sia giusto lavorare dandoci dei piccoli obiettivi, non con grandissime aspettative. Fare quindi un lavoro costante che possa portare nel tempo a realizzare qualcosa di grande.
Qual è il valore profondo dell’inclusione lavorativa per la Cooperativa Pegaso? Per noi il lavoro non è una mera prestazione tecnica, ma il cardine dell'emancipazione umana. Superando la visione marxiana del lavoro come alienazione, cerchiamo di restituire al lavoratore svantaggiato il possesso del proprio tempo e del proprio valore. L’inclusione non deve tradursi nella creazione di "riserve indiane" — luoghi isolati dove parcheggiare la fragilità — ma nella costruzione di un ambiente che si modelli sulle diverse abilità. Adottiamo una sorta di "Crop Time": il tempo del raccolto che è anche tempo della cura. Rispettare questo significa comprendere che ogni persona ha una propria temporalità emotiva e psichica; non riduciamo l'efficienza, ma la trasformiamo in resilienza, garantendo che la qualità del "fare" sia indissolubile dal benessere di "chi fa". Il successo non è solo nel prodotto finale, ma nel processo che rompe il ciclo dell'esclusione e restituisce dignità e autonomia economica.
Quali sono le principali sfide e difficoltà nel sostenere un’impresa sociale oggi? Navighiamo in un paradosso ontologico: siamo riconosciuti come strumenti di attuazione del welfare, eppure il mercato ci tratta come meri fornitori di commodity, applicando criteri di efficienza e abilismo che negano la nostra stessa natura. Subiamo la morsa di un "mercato cannibale" che premia il ribasso estremo, dove i prezziari pubblici ignorano deliberatamente i costi dell'umano — la formazione, il tutoraggio, l'adattamento tecnologico — riducendo il welfare a una mera "fornitura di mattoni". A questo si aggiunge l'ipocrisia di normative che, pur parlando di sostenibilità, mantengono l'obbligo della rotazione automatica ( di per se uno strumento fondamentale ma che andrebbe adattato alle realtà delle cooperative b): un meccanismo che recide legami di inclusione decennali, distruggendo quel capitale sociale tanto faticosamente costruito. Non chiediamo sussidi, ma una giustizia economica che non confonda il valore con il prezzo e che protegga l'impresa dal rischio di diventare un semplice alibi per il "greenwashing" sociale del settore profit e a cui tanti soggetti sociali si stanno adattando, aderendo al sistema senza più l’utopia di trasformarlo.
Quali strategie state attuando per incrementare il valore prodotto e garantire il futuro? La nostra risposta è la ricalibrazione strategica verso attività "a misura d'uomo". Stiamo abbandonando i settori eccessivamente onerosi finanziariamente e fisicamente, come la manutenzione del verde, per concentrarci su settori ad alto valore aggiunto relazionale, come la nostra Manifattura, che è un vero ecosistema di supporto psicorelazionale. Puntiamo a costruire "ecosistemi ibridi" dove profit e non-profit collaborano: con il progetto BOTTEGA B stiamo creando una rete commerciale e di logistica etica che trasformi l'inclusione in un brand solido, capace di parlare di valori sociali con la stessa forza con cui il "bio" parla di salute. Collaboriamo con le imprese private affinché possano migliorare il loro rating ESG affidandoci commesse etiche (Art. 14), dimostrando che il profitto sociale ed economico possono e devono sottendere la stessa attività. Solo così l'impresa sociale smetterà di essere sinonimo di "spendere meno" e cesserà di fungere da caporale per lo stato, per diventare forza trainante del cambiamento.
* Foto di Pavlos Vaenas su Unsplash